Il primo per la viaggiatrice. E sono 8…

ECCO I VINCITORI DELLA IV EDIZIONE DEL PREMIO LETTERARIO

‘MONDOSCRITTURA’ CITTA’ DI CIAMPINO Categoria: Comunicati Stampa  Ultima modifica il Giovedì, 23 Giugno 2016 13:54  Pubblicato Giovedì, 23 Giugno 2016 11:27  Scritto da Webmaster  Visite: 1027

Si concludono anche quest’anno i lavori del premio letterario

“Mondoscrittura Città di Ciampino” IV edizione.

La redazione è stata lieta di accogliere testi provenienti da tutta Italia e di passarli alla giuria per le valutazioni.

I vincitori di questa edizione: Sezione A – EDITI:

1° Classificato “La viaggiatrice incantata” di Giovanni Di Nicola ­

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Intervista agli amici del Gruppo di Lettura di Monte Porzio

intervista Giovanni Di Nicola – incontro 23 febbraio 2016

6 aprile 2016 | Author: admin

Intervista a Giovanni Di Nicola autore del libro “La viaggiatrice incantata”

Ringrazio Giovanni per avermi concesso l’ intervista alla conclusione dell’incontro pubblico presso la sala Consiliare del Comune Di Monte Porzio.

Perché questo titolo e perché il sottotitolo?

Non c’è un motivo preciso, ho in parte dovuto piegarmi alle regole di Internet perché secondo la mia indicazione si doveva chiamare semplicemente “Materiali dispersi”, ma purtroppo da una ricerca effettuata in rete è stato trovato un altro libro che aveva esattamente questo titolo e per evitare confusioni lo abbiamo lasciato solo come sottotitolo. È stato scelto “La viaggiatrice incantata” perché sembrava un titolo che poteva funzionare anche per l’editore. Ad un certo punto del testo viene citato “Il viaggiatore incantato” di uno scrittore russo (Leskov Nikolaj) che la protagonista vede sulle mani di una persona che lo sta leggendo in una sala di attesa…

È un libro di viaggi?

Non è un libro di viaggi anche se lo può sembrare. Non c’è il viaggio come tema di fondo, è una persona che viaggia, che si incontra con tanti “materiali dispersi” e anche lei si sente abbastanza materiale disperso, nel senso che viaggia molto. “Materiali dispersi” sono termini solitamente usati da “Onda verde” quando si perde qualcosa in autostrada.

Perché hai utilizzato un personaggio femminile come protagonista? Sei riuscito ad entrare effettivamente in questo personaggio?

Questa è una domanda che mi hanno fatto sempre, se non era la prima era sicuramente la seconda domanda. Non so se poi sono riuscito effettivamente ad entrare nel personaggio femminile, deve essere il lettore a dirlo. Qualcuno dice che le donne sono più complicate, Paola è troppo lineare. In genere mi hanno detto che sono riuscito a rappresentare Paola. Perché donna? Quando io ho pensato al personaggio l’ho immaginato il più possibile cinico, ironico, distaccato, disincantato e ho pensato che un carattere femminile potesse essere più vicino a queste caratteristiche. Inoltre molte cose che descrivo, che vive la protagonista, non sono prettamente femminili, capitano a chiunque, forse però l’occhio della donna è più attento, più sensibile.

C’è stata una donna o più donne dalle quali hai preso idee per creare il personaggio Paola?

Direi di no, anzi Paola è quella che mi somiglia di più tra i miei personaggi, è un po’ anche autobiografico perché i viaggi descritti, sono in parte quelli che ho fatto io e le impressioni che descrivo sono quasi completamente quelle che ho avuto io in quelle situazioni.

Un’altra domanda che sorge spontanea, che lavoro fa Paola?

È volutamente ambiguo, potrebbe, ma non è detto, piazzare software o app per cellulari, app che dovrebbero servire a convincere le persone a cambiare religione, qualcosa del genere secondo le mie intenzioni. E già questo rende l’idea dell’assurdità in cui si imbatte quotidianamente Paola. Vende comunque un software che ha a che fare con la religione, si intuisce perché parla, con tutte le persone che incontra per lavoro, di religione, di teologia, ma anche di fisica e alcune volte di astronomia, comunque sul senso della vita che poi liquida sempre con una battuta e con riflessioni meno profonde.

Avrà un seguito?

Mi piacerebbe. Il libro è finito così nel senso che quando ho messo l’ultimo punto Paola non è stata più nella mia vita, è sparita. Al momento confermo il no. Però questo libro è quello che mi è piaciuto di più scrivere ed è anche quello a cui tengo di più. Le tante cose lasciate in sospeso sono finite, non hanno bisogno di un continuo secondo me, anche se mi piacerebbe andare avanti con la storia di Paola magari vista sotto altri aspetti. Per esempio le email, le lettere che si scrive con il Luca nuovo, i dialoghi con il bambino sull’altalena, sono fantastici e potrebbe essere interessante approfondirli (qualcosa sto già facendo quando mi viene in mente qualcosa di interessante la trascrivo, per ora sono solo dei pezzi sparsi, diciamo “materiali dispersi”).

Un’ultima domanda, ci puoi dire qualcosa sulla copertina.

Questa è una cosa a cui tengo particolarmente perché è tratta da una mia foto che a me piace molto e volevo quindi qualcosa che creasse, al primo impatto con il lettore, l’atmosfera che si respira leggendo il libro. È la foto fatta nella hall di un albergo in Corea, all’origine era più grande con più dettagli però è stata sapientemente tagliata della grafica, facendo un ottimo lavoro, e successivamente un po’ sgranata ottenendo una immagine molto bella. Rende bene l’idea, c’è qualcosa che rappresenta l’oriente, la presenza di una specie di ideogrammi, c’è qualcosa che rappresenta il viaggio, i trolley, si intuisce anche che è una hall di un albergo dove si vedono dei divani visti dall’alto. Trovandosi Paola (la viaggiatrice) molto spesso nella hall degli alberghi mi sembrava e mi sembra la cosa più naturale da mostrare in prima pagina. Inoltre l’immagine dall’alto rimanda un po’ anche alla visione distaccata del mondo che ha Paola.

Ringrazio Giovanni per aver scelto il nostro Gruppo Di Lettura per la prima presentazione pubblica del libro e per la pazienza avuta a rispondere alle numerose domande fatte dai presenti e dall’intervistatore.

Un pensiero di Valeria Gramolini

“Nuotando” tra le pagine di questo libro mi sono sentita come un pesce fuor d’acqua.
“Che ci faccio qui?”mi sono chiesta. E subito la mente è andata all’omonimo libro di Bruce Chawtin, altro viaggiatore d’altra tempra e d’altri tempi. Poi ho capito che non andava bene fare confronti e che avrei dovuto mettere da parte ogni idea di racconto di viaggio maturata leggendo Herman Hesse, Terzani o Marco Polo.
Non è infatti il viaggio il tema del libro, ma esso serve a rendere con efficacia quell’atmosfera di cosmopolitismo e di globalizzazione che fa da sfondo alla storia, o, ancora meglio, caratterizza la vita ed i pensieri della protagonista.
Paola infatti viaggia per lavoro e non per diletto o per conoscenza. A mandarla in lungo ed in largo per il mondo è il suo capo, anzi i suoi capi, i quali, come accade ormai sempre più spesso, si susseguono più velocemente di un cambio d’abiti di stagione.
Giovane dinamica e poliglotta, come ogni brava ragazza emancipata vola da sola, con agilità e sicurezza, per i cieli che sovrastano la terra, portandosi appresso PC e smartphone, che usa con grande abilità non solo nei tempi morti dei suoi spostamenti intercontinentali, ma anche in quelli del suo rientro alla base. E’ una trentenne perfettamente integrata con le richieste dei tempi: affari, velocità,  competenze informatiche e… tailleur.
Non a caso vive a Rimini, e non nel profondo Sud, e reca in sè tutti gli stigmi dell’ottimismo romagnolo, pur non essendo soggiogata dal mito del produttivismo ad ogni costo. Vi partecipa infatti in maniera piuttosto critica, come osservando dall’esterno non solo il mondo che le ruota attorno, ma anche le sue stesse reazioni a quel mondo, che raccoglie in un diario.
A volte è insofferente ai meccanismi della routine e della iper-commercializzazione di qualsiasi prodotto possa servire a far soldi, altre sembra accettarli come necessari ed imprescindibili dai tempi. Di fronte alla enorme quantità di cose, eventi, situazioni, porzioni di realtà  passate in rassegna. dall’occhio vigile ed attento di Paola, si comprende che il suo sguardo è realistico e disincantato, come a dire “se le cose stanno così e non possono essere diverse, perchè si deve pur vivere, tanto vale saperle dominare e farlo nel migliore dei modi.”
Indubbiamente ci  riesce, ma c’è un prezzo da pagare. Paola infatti ha una vita scombinata dai fusi orari, da diete sballate, da mancanza di tempo o di voglia di dedicarsi a qualche passione,  una vita che, pur così piena, non la salva da una sottile ma persistente solitudine.
Ha pochi amici, tra cui Stefano, amante occasionale con cui compensa il vuoto lasciato da un amore importante finito male. Il  rapporto, disinvolto e disimpegnato come si usa oggi, è una combinazione di sesso ed amicizia, il che scarica tensioni e scalda un pò il cuore, ma non lenisce quella vaga.e sotteranea angoscia esistenziale che sempre ritorna nei tempi morti, tra una scorpacciata di dolce argentino, una bevuta di Nebbiolo, l’acquisto di una cianfrusaglia, o un viaggio.
Anche il magico mondo di Internet non placa definitivamente quell’irritazione di fondo. E’ vero, navigando, il tedio e la noia per un pò se ne vanno. Ci si possono passare ore ed ore nel cuore della notte scaricando film o pezzi musicali, notizie ed informazioni utili, audiolibri e frasi ad effetto, ma questo non basta. Il bisogno di calore umano permane e non si arresta che  temporaneamente attraverso gli incontri della rete, ora intriganti, ora deludenti.
Dopo la ferita ancora bruciante a causa del suo ex, Paola procede cautamente con “Luca nuovo”, che pare essere sulla sua stessa lunghezza d’onda. Ora spera che le abbia inviato una e-mail, ora  dubita del suo interesse, finchè, decisa finalmente a dare un taglio col passato, non comincia a  coltivare la speranza che possa accadere davvero qualcosa di bello ed importante. Speranza che resterà accesa fino all’epilogo del libro, quando si concretizzerà in un incontro vero la notte della vigilia di Natale, il cui esito però non sarà eplicitato ma affidato alla fantasia del lettore.
La vita di Paola si muove a scatti, sia quando deve spostarsi per i suoi brevi viaggi di lavoro, sia quando compie l’atto di pensare, probabilmente  come fanno migliaia di  pendolari che ogni giorno vagano per autostrade o tangenziali per guadagnarsi il pane e  riversarlo nelle casse dei centri commerciali, dei bar alla moda o degli happy hours.
Vite spezzate in mille frammenti che non  si ricompongono mai, attraversate come sono da un’immane quantità di stimoli e suggestioni che impediscono di giungere a qualcosa di definito e risolutivo: un mondo di precarietà e di cose di breve durata. Tutto è vissuto non solo alla giornata , ma al momento, come le relazioni sentimentali, ambigue, doppie, leggere e non coinvolgenti.
Tutti i personaggi si rendono conto che c’è qualcosa che non quadra, che vacanze o acquisti sedano solo per un pò il disagio e l’inquietudine, tuttavia non si pongono il problema di come uscirne, forse perchè la domanda di senso non è poi così profonda.. Si lasciano semplicemente vivere. E, del resto, anche se lo volessero, come potrebbero cambiare le cose?
Basta guardarsi attorno per vedere che la macchina infernale è inarrestabile, tanto a Rimini quanto a Seul, che anche nel lontano oriente ogni tradizione s’è ormai persa, contaminata dal miraggio del progresso, del consumismo o del divertimento, e che più o meno consapevolmente, siamo tutti piccoli ingranaggi del sistema.
Paola vorrebbe che quei balzi di fuso orarario, tra notti insonni e diete sballate, le portassero almeno il piacere d’uno scambio umano meno formale o di circostanza. I suoi tempi sono così stretti da non permetterle di visitare luoghi e culture così come vorrebbe. Ciò accade solo molto raramente.
Per lo più invece deve accontentarsi di uno sguardo, di una fugace passeggiata, di un colpo d’occhio lanciato da un bar verso una strada affollata o, quando va bene, di uno scambio di frasi sconnesse con il suo contatto straniero sulle grandi e irrisolte questioni filosofiche: Dio, le leggi dell’universo, il pensiero di qualche intellettuale, il perchè dell’esistenza. Frammenti di discorsi che Paola registra nel suo diario, assieme a citazioni di canzoni, versi poetici, piccole banalità quotidiane: un flusso di idee  turbolento, continuo e veloce.
Tutto si mescola: il serio ed il faceto, il profondo ed il leggero, alla stessa stregua di ogni prodotto globalizzato, perchè tanto, alla fine, la natura umana è la medesima ad ogni latitudine, ovunque ci si pone le stesse domande ed ovunque si trovano solo tentativi di risposte, anch’esse fondalmentalmente simili. A che serve dunque perdere tempo nella formulazione di grandi teorie e dotte argomentazioni, quando, alla fine della storia, nessun pensiero vale più di un altro?
Forse è proprio questa la conclusione a cui giunge il grande navigatore della rete, che apre e chiude compulsivamente siti o blog tanto diversi tra loro, passando senza mediazioni di sorta dall’astronomia all’astrologia, dalla medicina alle ricette di cucina  In rapida sequenza finestre si aprono e si sovrappongono, spinti dalla curiosità si entra, si esce e ci si infila in un’altra porta, finchè, dopo giorni, mesi ed anni di questa ginnastica cerebrale, anche il pensiero assume quel ritmo.
Gli impulsi della mente guizzano lungo i condotti cerebrali e mille e più parole e visioni si accendono simultaneamente come le lucette intermittenti degli addobbi natalizi o delle insegne pubblicitarie.
Il diario di Paola ha questo andamento formale, questo linguaggio schizofrenico, almeno per tutta la prima parte del libro, finchè non si manifesta anche il suo alter-ego. E, a questo punto, anch’io mi rilasso, trovando qualcosa in comune con lei e, soprattutto, un linguaggio per me più abbordabile.
Paola dà qualche segno di cedimento. Comincia ad accorgersi che la pur disordinata ed eccitante   ritualità dei suoi gesti non le basta. Non le bastano i viaggi, gli amici, l’intimità aleatoria col suo PC, gli acquisti, il sesso mordi e fuggi o altri ammiccamenti….Ha invece bisogno di sedarsi, di darsi del tempo per ritrovarsi. Allora vagheggia i cieli d’Irlanda o qualche momento della sua infanzia, della sua storia segnata dalla assenza del padre e dalla perdita prematura della madre.
A catalizzare questo cambiamento di rotta latente è un libro trovato casualmente, che accende in lei il desiderio di una pienezza più vera e non surrogata dalle infinite compensazioni della rete. La storia raccontata in quel libro è così simile alla sua che vi si perde completamente, come in un abbraccio caldo. Forse ha una sorella di cui non ha mai saputo nulla. Che bello sarebbe se fosse vero!
Pur cambiando il tono del racconto l’autore non si dilunga nè in psicolgismi nè in melense malinconie, ma  va subito al dunque introducendo la figura di Lucia ed usando periodi più lunghi e distesi.. La donna è una vecchia amica della madre e con essa  Paola si aggira tra i ricordi di un passato nebbioso, e tuttavia denso di gesti ponderati e di significati. Dunque la ricerca ha inizio. Ancora su e giù per l’autostrada  ma stavolta da Termoli a Spello, verso un Italia più intima e provinciale, quella che ci vuole per riaccendere i sentimenti in prossimità del Natale, quando tutti, benchè catturati dalla solita frenesia consumistica, si volgono verso una qualche dimensione più autentica, che forse ancora persiste nel profondo.
La ricerca si rivela infruttuosa. Forse si trattava solo di una pia illusione, però almeno è servita a rispolverare stati d’animo sopiti, affetti e tenerezze che scaldano il cuore e danno un pò più di senso ai giorni.
Lucia, buffa e grottesca nel suo tentativo di adeguarsi ai tempi moderni mentre armeggia con l’incomprensibile telefonino, può allora diventare una compagna di avventure. Paola la invita ad andare con lei in Iran, per un vero viaggio di conoscenza. Ma Lucia è troppo grande e la proposta cade nel vuoto. Il divario generazionale non permette di condividere esperienze troppo impegnative, bensì solo un tuffo nel passato ed un gospel natalizio.
Paola osserva con bonaria e paziente condiscendenza questa anziana signora che ora si cala divertita e un pò patetica nelle vesti della signora Fletcher, ora reiterpreta maldestramente antichi ruoli casalinghi, suscitando in Paola una tenerezza  nuova.
A questo punto del testo comincio anch’io a sentirmi a casa.
Mentre invidio a Lucia la proposta del viaggio in Iran e dico a me stessa ”…avessi  anch’io una giovane amica che mi offre un viaggio…”, non posso fare a meno di sorridere pensandomi alle prese con quegli stessi gesti: accendere la stufa a legna, fare il pane e la marmellata di mele cotogne.
E, pur sentendomi meno maldestra di Lucia, se non altro perchè credo d’avere qualche annetto di meno, immagino quanto potrebbe essere bello e proficuo questo scambio generazionale, in cui entrambe le parti avrebbero di che guadagnarci. I giovani potrebbero rallentare un poco quella corsa verso il nulla, in cui sembrano precipitare, ancorandosi alle radici dei vecchi, e questi potrebbero germogliare di nuovo nutrendosi di quella giovane linfa, e sentirsi un pò meno tagliati fuori dalla vita.
Non so se l’autore avesse l’intento di suggerire questa riflessione nel lettore. I temi sollevati, pur così frammentariamente e sinteticamente, sono numerosi, ma a me piace leggervi proprio quel messaggio.
Voglio credere che il senso di inadeguatezza provata per tutta la prima parte, di fronte agli inglesismi, alle citazioni di autori sconosciuti e incomprensibili, alle frasi tronche e sconnesse, ai termini dell’informatica (divenutami tanto più irritante quanto più obbligata, per non sentirsi esclusi dalla modernità che avanza a velocità supersonica), quel senso di irritazione, dicevo, per la grande distanza tra il mio mondo e quello descritto con così tanto realismo dal giovane autore, dovesse proprio dissolversi con l’arrivo di Lucia sulla scena.
Non si può certamente condividere tutto, però ci si può avvicinare un pò di più gli uni agli altri, scambiandosi esperienze, valori, sensibilità, e magari darsi anche reciprocamente una mano, anche se non ci legano rapporti di sangue.
L’autore non è esplicito nè polemico al riguardo, ma mostra semplicemente uno spaccato di vita reale e plausibile. Tuttavia, tra le righe, credo che suggerisca un modo per far sì che i buoni sentimenti non siano presenti solo a Natale.
Si tratta solo di far sì che quel movimento in lungo ed in largo nello spazio , verso il futuro, ceda un pò di posto al tempo e ai ricordi, e che lo stesso faccia la superficialità con la profondità,  l’aridità con la tenerezza.

Un multisala

Senza cinema non riesce, dovrebbe accontentarsi della vita.

E’ l’unica compagnia che si può permettere in giro per il mondo, con il cinema le capita di sentirsi nuda, si emoziona.

Decide spesso di rifugiarsi nel cinema. Il cinema come sublimazione della solitudine. Vivere senza cinema non è bello, ci si deve accontentare della vita.

Poi finisce all’interno di un multisala.

Non sopporta di dover prenotare un posto e quindi doversi sedere dove vogliono loro. Non sopporta quei lager di cemento armato e popcorn, sempre le stesse proiezioni, visioni uniche, veicolo di imbarbarimento e profonda ignoranza di ritorno.

Il segno dei tempi. Tempi del pensiero unico.

Pianeta sgualcito

La colazione nell’hotel è a buffet. Dolce e salato fino alla nausea, tutto compreso nel prezzo. Salsicce di varia pezzatura, bacon, uova strapazzate con dovizia, formaggi, affettati, salmone affumicato, toast regali, frutta e verdura di ogni tipo, muesli, yogurt al naturale, marmellate fatte in casa. Non saprei da dove cominciare.

Da un enorme oblò sorveglio fiumi di persone attraversare il piazzale. Con una certa indolenza, mi godo il privilegio di succhiare distratta acini d’uva in Olanda, a dicembre, e sorseggiare un succo di frutta dal sapore dolce e aspro, forse melograno. Ho molto tempo prima del volo e davvero poca fame. Alcuni uomini d’affari fanno colazione con il tablet in mano, altri con il cellulare. Nessuno parla. Una cameriera riempie solerte tazze di caffè e tè, non appena queste si svuotano. Una coppia biondissima nutre soddisfatta un impiastricciato bimbo di colore su un seggiolino ancorato al tavolo. Fuori il cosmo è molto più interessante. Io vedo, ma dall’esterno nessuno può vedermi. Altro privilegio. Ogni volta che guardo dalla mia navicella spaziale verso l’esterno, scopro paesaggi urbani stupefacenti. Sì, stupefacenti è la parola giusta. In un angolo, poco lontano dal posto di ieri, ora è apparso il pianeta sgualcito avvistato ieri, il ragazzo degli orecchini. Chissà dove avrà dormito questa notte. Ho un lampo. Vado verso il buffet e recupero qualche fetta di pane. Poi di slancio riempio un piatto di affettati e fette di formaggi vari. Infine pomodori e qualche foglia di insalata. Realizzo due panini a più piani, decisamente tronfi e appetitosi. Recupero anche una manciata di tovaglioli con cui avvolgere tutto con cura. Quando esco dall’hotel, dopo aver regolato il conto, l’orefice solitario è ancora nel suo angolo. Lo avvicino, gli offro i panini e lo saluto. Good luck. Ci sorridiamo con gli occhi. Senza parlare mi porge un paio di orecchini a forma di punto interrogativo. Speriamo non sia vegetariano.

Scendo cinque minuti

Scendo cinque minuti, giusto il tempo di buttare l’immondizia. Nel mio quartiere i bidoni della raccolta differenziata sono chiusi a chiave. Non sono ammesse commistioni e ogni condominio custodisce gelosamente i propri scarti.

Di fianco al mio portone noto un’ambulanza. Non mi ero accorta del suo arrivo. Stanno caricando il pro­fessore del primo piano. Un uomo molto colto, così è stato definito durante la scorsa riunione di condominio. Studioso di storia, pare abbia scritto un libro sulla parte medioevale della città. O sull’anfiteatro romano. L’assemblea si è spaccata sull’argomento. Nessuno ha comunque letto il libro. Il professore è cosciente e tra le rughe lascia emergere un’apparente serenità. Lo portano via sotto gli occhi impassibili di due pakistani. Hanno inaugurato un alimentari qualche giorno fa e oggi stanno lavando la vetrina. Alcuni scooter passano senza rallentare. Un ragazzino gioca a tennis da solo, contro il muro. Sbaglia e la pallina sbatte sul parabrezza dell’ambulanza. L’ambulanza riparte silenziosamente. Nel frattempo i pakistani non hanno smesso di lavare la loro vetrina, il tennista non ha smesso di palleggiare. Altri scooter sono passati veloci.